Storia visiva

Non sempre le bugie hanno le gambe corte…
…a volte hanno anche gli occhi miopi!

CAPITOLO 1

    La prima volta che indossai un paio di occhiali avevo nove anni. Ricordo ancora la visita oculistica: una stanza buia, dove le uniche luci presenti erano quelle dei macchinari e delle tabelle appese alla parete; l’oculista, un omone alto e moro, con il viso segnato da un inquietante labbro inferiore storto e sporgente, e un corpo che non solo si muoveva e biascicava parole in modo strano, ma pareva orbo, per come mi guardava attraverso le sue lenti spesse come fondi di bottiglia; la sua assistente, una signorina cordiale ma sbrigativa; le rassicurazioni di mia madre, presente lì al mio fianco, pronta a placare le mie paure e a garantirmi che in questo caso non c’era nulla da temere: il medico mi avrebbe solo guardato gli occhi, nient’altro. Sembrava tutto semplice questa volta, per me che da piccola facevo dentro e fuori dagli ospedali, sempre affetta da qualche rara e assurda malattia: niente aghi o siringhe, niente flebo e vaccini, solo un tabellone da guardare e delle lettere da leggere, null’altro. Sarebbe durato poco e anch’io avrei avuto finalmente il mio primo paio di occhiali sul naso! Sì, perché uscire da lì con la prescrizione di un paio di lenti era proprio quello che volevo e che speravo di ottenere e la fatica che mi veniva richiesta per riuscire nella mia impresa, era del tutto minima: fingere di non riuscire a leggere bene tutte le lettere del tabellone e con questa piccola bugia guadagnarmi il mio posto all’interno di una famiglia di quattrocchi. Essì, perché nella mia famiglia tutti portavano gli occhiali: mamma (strabica e ambliope), papà (presbite) e le mie sorelle (entrambe miopi). Io ero la più piccola e confesso che essere l’unica normo vedente in una famiglia di talpe mi faceva sentire alquanto inadeguata. Volevo fare parte della famiglia anch’io, essere una di loro. Nient’altro che un legittimo desiderio di appartenenza, era stata dunque la molla che mi aveva spinto a mentire all’oculista. La mia era una piccola bugia a fin di bene, nutrita anche dalla speranza che gli occhiali mi 283254_2099341056635_5951493_n (2)avrebbero fatto ottenere un minimo di considerazione in più da parte dei miei famigliari per i quali io sembravo essere sempre troppo piccola per tutto: troppo piccola per avere un posto a tavola come gli altri e costretta a sedere sulla gamba del tavolo, troppo piccola per avere diritto di parola, troppo piccola per poter giocare assieme alle mie sorelle, troppo piccola per fare tardi la sera guardando la televisione assieme a loro e anche, cominciavo a pensare, troppo sana e normale per riuscire ad ottenere che stessero sempre lì vicini al mio fianco. Forse davvero nella mia mente si stava formulando questa strana ed assurda convinzione: quella di non essere mai abbastanza malata da essere amata e accettata davvero in famiglia. Ragionandoci ora, credo soffrissi della sindrome dell’apolide: i miei genitori e le mie sorelle non erano originari del luogo dove io invece ero nata e cresciuta, non appartenevano a quel luogo e dunque io in quanto figlia loro, sentivo di non potervi appartenere. Papà e mamma, entrambi con origini profughe parlavano un dialetto diverso dal mio che non ne avevo alcuno, una lingua che non conoscevo e che sentivo estranea. Persino il loro gruppo sanguigno era diverso dal mio. Non capivo dove fossero le mie radici, mi interrogavo sulle mie origini e a volte sospettavo addirittura di essere stata adottata. Mi sentivo sola e diversa, senza un posto nel mondo. Io e la mia famiglia non ci appartenevamo e io invece volevo appartenerle ad ogni costo, anche a quello di dover indossare per sempre un paio di occhiali.
E così fu. Nei primi tempi non avevo realmente bisogno degli occhiali e ne ero ben consapevole. Spesso li toglievo per vedere meglio, ma mio padre me li faceva rimettere. Alle medie – quando oramai mi ero resa conto che gli occhiali non solo non mi servivano più, perché comunque non avevano risolto né la mia sindrome dell’apolide, né le mie carenze di affetto, ma anzi, si erano rivelati essere addirittura lesivi della mia autostima e della mia vita sociale – mio padre mi obbligò definitivamente a portarli sempre e guai se mi avesse trovata senza. Lo faceva per il mio bene, certo! Senza occhiali i miei occhi si sarebbero sforzati troppo e la mia vista sarebbe drammaticamente peggiorata. Così, con un paio di lenti perennemente addosso, la mia vista cominciò davvero drammaticamente a peggiorare, fino a raggiungere i -7 di miopia all’occhio dx e i -5 all’occhio sx. Per proteggermi dalla miopia, inconsapevolmente i miei genitori mi avevano condannata a un futuro da miope; ma non solo! per riuscire a trovare il mio posto all’interno della famiglia e poi del resto del mondo, mi ero auto destinata allo stato di emarginazione sociale e al profilo della secchiona tipico dei portatori di lenti. La mia vita sociale non ne aveva guadagnato, certo, e io e la mia salute tantomeno. Tutto sommato, la mia piccola bugia infantile era stata un pessimo affare e ammetterlo era il primo essenziale passo da compiere.

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